Un’altra vita…

I
La solitudine non era poi così male. Solo ora si rendeva conto di quanto l’aveva desiderata.
Quella mattina si era svegliato nella sua casa, era un po’ di tempo che non ci dormiva, non era gran ché ma ne aveva sentito la mancanza. Si era lavato e vestito, aveva realizzato che non c’era niente da mangiare per colazione ed era uscito di casa. Era una bella giornata, l’ideale per ricominciare da zero, si sentiva pieno di vita e pronto ad affrontare il mondo; per troppo tempo si era lasciato andare, era arrivato il momento di ripartire.

Ripartire sì, ok, ma da dove?
Uscito dal portone si sentì perso, non aveva davvero idea di cosa fare. Probabilmente aveva solo bisogno di fare colazione. Entrò in un bar e prese un cornetto e un cappuccino. Qualche energia adesso l’aveva, le idee però, continuavano a scarseggiare. Tornò davanti casa sua e si sedette su una panchina. Restò fermo lì, a guardare il cielo. Per un po’ si sentì in pace.
Dei passi dietro di lui e una voce fin troppo familiare.
– Sei qui, quindi.
– Già, mi hai trovato. Deve essere stato difficile.
– Sì, fai lo spiritoso. Ti è sembrato questo il modo di andartene?
– Non ne ho trovati altri.
– Insomma tra noi è finita? E non hai neanche le palle per dirmelo in faccia.
– Sì, temo sia finita.
– Pensi sempre a lei vero? È questo il problema.
Doveva farla andar via. Era scappato proprio perché non voleva parlarle, meritava qualche chiarimento ma non era adesso che poteva averlo.
– Senti, ho bisogno di ritrovare la pace con me stesso prima di poterla trovare con qualcun’altro. Dammi un po’ di tempo, ok?
Invece del tempo ricevette uno schiaffo. Giorgia si allontanò correndo. Rimase per un po’ a guardarla, dopodiché si sdraio sulla panchina e continuò a guardare il cielo. Un ottimo modo per ripartire.
Dopo una mezzoretta si rimise a sedere, guardò alla sua destra e vide lei. Non si ricordava di quanto fosse bella e soprattutto non ricordava il suo odore. Possono i ricordi tornare così all’improvviso? Inspirò a pieni polmoni quell’odore, non voleva perdersi niente. La guardò cercando di memorizzare ogni dettaglio. Sapeva che non poteva essere lei ma non gli importava, era lì e qualunque fosse la spiegazione doveva godesi il momento.
– Hai fatto incazzare Giorgia, eh?
La sua voce. Altro dettaglio sfuggito, dimenticato. Tutto si dissolve col tempo.
– Non ho più voglia di stare con lei.
– Avresti potuto trattarla meglio.
– Senti chi parla di trattare meglio qualcuno.
– Ce l’hai con me?
– No.
– Non ho mai voluto farti del male.
– Non mi hai fatto del male, mi hai spento. Mi hai lasciato dov’ero ma senza niente dentro. Mi hai svuotato, non so più chi sono. So solo che questo non sono io.
– E chi sei allora? Vuoi sapere la verità? A forza di indossare maschere non riesci più a capire quale sia il tuo vero volto. Ti togli una maschera e ne trovi un’altra. Togliendole tutte, probabilmente, scopriresti che non c’è più niente sotto.
– Mi hai lasciato.
– Se pensarla così, ti fa stare meglio, fa pure.
Non era vera. Niente era vero. Probabilmente niente lo era mai stato. Si sdraiò nuovamente sulla panchina e chiuse gli occhi aspettando che quell’odore svanisse. Solo l’odore però, non il ricordo, non di nuovo.
– Ti sembra questo il posto per dormire?
Aprì gli occhi, questa volta era Dario.
– In effetti no, è già la terza volta che mi svegliano.
– Beh, allora ti converrebbe cambiare posto.
– Hai ragione, forse dovrei tornare a casa. Che ci fai qui?
– Mi ha chiamato Giorgia, mi ha detto che sei scappato.
– Non sono scappato, ho solo bisogno di stare un po’ da solo, devo rimettere a posto le idee.
– Sai che la depressione è una malattia?
– Buono a sapersi, lo dirò al primo depresso che incontro.
Si alzò, salutò Dario e tornò a casa. Si chiuse dentro, si spogliò e si rimise a letto. Come inizio per la sua nuova vita non c’era male.
La depressione.
Perché mai sarebbe dovuto essere depresso? Solo perché da mesi non aveva voglia di far niente? Solo perché niente lo divertiva più e non aveva più voglia di vedere nessuno? Non può capitare un periodo in cui si ha bisogno di stare a letto e dormire tutto il giorno?
Aprì gli occhi e guardò il tetto. Ok, forse era depresso. Ma se la depressione era una malattia, poteva curarla. Anzi, doveva farlo. Accese il PC e si mise a navigare, doveva trovare qualche informazione.
Secondo il DSMIV, qualunque cosa fosse, i sintomi della depressione erano:
– tristezza e irritabilità;
Ce li aveva entrambi, ma non significava niente, era sempre stato irritabile ed era sempre stato una persona malinconica. Meglio andare avanti con la lettura.
– scarso piacere e interesse per qualsiasi attività, o quasi;
Da un po’ di tempo non trovava grande piacere in quello che faceva, ma era solo un periodo. Succede a tutti, no?
– diminuzione o aumento dell’appetito o del peso;
In effetti era un po’ dimagrito, ma ne era contento. Era un in sovrappeso, dimagrire poteva essere solo una cosa positiva.
– insonnia o sonno esagerato;
Da quanto tempo non dormiva più bene? Era il caldo a non farlo dormire, perché dietro ogni cosa si deve trovare un motivo inconscio? Semplicemente si svegliava per il caldo e non riusciva più a prendere sonno. La psicologia era proprio una stronzata, serviva solo a fargli tornare l’irritabilità del primo punto.
– rallentamento dei movimenti o irrequietezza;
E che cavolo significava? Irrequieto lo era sempre stato, fin da bambino. Bah, meglio andare avanti.
– stanchezza e mancanza di energie croniche;
Era tutta colpa del periodo terribile che stava affrontando al lavoro. Ma quanti erano ‘sti sintomi? La depressione veniva solo a leggerli.
– sensi di colpa e perdita di autostima;
Sui sensi di colpa avrebbe potuto scriverci un trattato. La sua vita era stata vissuta all’insegna dei sensi di colpa. Si sentiva in colpa per ogni cosa.
La perdita di autostima in compenso non c’era affatto, nel senso che non c’era mai stata l’autostima, quindi non poteva perderla.
– difficoltà a pensare, concentrarsi e decidere;
Più che una lista di sintomi sembrava un riassunto della sua vita. Non aveva mai saputo prendere una decisione e si era sempre distratto facilmente.
– pensieri di morte, progetti di suicidio;
Non ce li aveva! Questi no! Finalmente uno dei sintomi da scartare in toto! Certo, a rileggere tutto, forse era il caso di prendere in considerazione anche questi, giusto per coerenza.
Rilesse l’inizio della pagina. Per la diagnosi di depressione maggiore devono essere presenti almeno 5 dei seguenti sintomi. Cinque. Lui quanti ne aveva contati? Sette, e a voler essere buoni anche otto. La cosa lo faceva incazzare talmente tanto da voler prendere davvero in considerazione il suicidio, se le cose le fai, devi farle bene.
Depressione maggiore.
Fino a qualche minuto prima non sapeva neanche che esistessero diversi tipi di depressione.
Era un depresso, e pensare che aveva sempre trovato fastidiosa la gente che tendeva a buttarsi giù. Ora era uno di loro. Ma da cosa era causata la depressione? Beh, la motivazione principale era chiara: amore non ricambiato. Che stronzata. Lui che soffriva per amore? Era sempre stato convinto che l’amore fosse una cosa bilaterale, come era possibile soffrire per un amore non corrisposto? E davvero quell’amore non era corrisposto?
No, non era vero (sì che lo era).
Corrisposto o no, ormai era tardi. Era un amore impossibile. E probabilmente gli sembrava così grande solo per il fatto che non era stato consumato, non avevano fatto in tempo a far spegnere la fiamma che, di conseguenza, era rimasta lì a tormentarlo. Fossero stati insieme davvero, sarebbe finita come tutte le storie d’amore.
Non doveva pensarci più, doveva andare avanti. Ora che si era autodiagnosticato la depressione maggiore, doveva pensare a curarla. Doveva tornare quello di un tempo.
Cominciò a leggere il paragrafo sulle cure.
Nei casi gravi di depressione, la cura migliore consiste nell’utilizzo contemporaneo di psicoterapia e psicofarmaci.
Cioè doveva raccontare i fatti suoi a uno sconosciuto e cominciare a drogarsi.
“Potreste pensare che una persona depressa possa farcela da sola. Nulla di più sbagliato! Se la depressione non è curata in fretta può portare al suicidio.”
Ok, ora che aveva studiato gli stavano venendo anche gli attacchi di panico, forse doveva studiare anche quelli. Di sicuro era ipocondriaco, avrebbe potuto cercare l’ipocondria su internet. Dario non aveva niente di meglio da fare? Per quale motivo poi gli era venuta questa idea che lui potesse essere depresso. Chissà cosa gli aveva raccontato Giorgia. Aveva fatto un errore, non doveva scoprirsi troppo con lei.
Però, se ci rifletteva un po’, non c’era alcun problema. Si era solo fatto suggestionare, non era affatto depresso. Queste cose sono scritte apposta da psicologi che cercano clienti e sfruttano le loro capacità per suggestionare le persone e convincere ad andare da loro per farli arricchire.
Non era depresso. Punto.
Ora si trattava di alzarsi dal letto e di dimostrarlo al mondo. E se facendolo, riusciva a convincere anche se stesso, il gioco era fatto.

II.
È confuso. Non sa dove si trova. Davanti a lui c’è una donna, non saprebbe dire chi è ma è sicuro di conoscerla. Vuole avvicinarsi a lei, vuole parlarle, vuole stringerla. Solo guardandola, sente di amarla.
Lei non lo guarda. Cammina verso di lui con la testa bassa, quando alza il viso e si volge verso di lui, è una scarica di odio quello che sente. Un odio così forte che lo stordisce. Perché lo odia?
Eppure c’è amore in quello sguardo.
E come l’odio, anche l’amore è fortissimo.
Quando lei alza il braccio e glielo punta contro, il sentimento trasmesso questa volta è di puro terrore. Vuole ucciderlo.
Un’esplosione.
Non deve preoccuparsi, è un sogno, nei sogni non si prova dolore. Nei sogni non si muore.
Qualcosa lo colpisce al petto, l’impatto è talmente forte da farlo sollevare dal suolo. Il cadere a terra non gli provoca dolore, o forse sì, in ogni caso è trascurabile rispetto al dolore che sente al petto. Le forze lo abbandonano subito, eppure deve muovere almeno un braccio, forse, se trova il buco, può fermare il sangue. Forse può ancora salvarsi.
Perché gli ha sparato? Vorrebbe chiederglielo, muove le labbra ma non trova la forza per fare uscire la voce.
Il sangue non si ferma e la testa diventa pesante, non vuole chiudere gli occhi, vuole vederla almeno un’ultima volta. Se davvero sta per morire, vuole che sia lei l’ultima cosa che vede.
La testa è troppo pesante, non riesce ad alzarla, non la vedrà, morirà guardano il nulla.
Invece è lei ad avvicinarsi e ad entrare nel suo campo visivo, anche se la vista si annebbia sempre di più non può non pensare a quanto sia bella. In fondo è contento di morire per mano sua.
Lei si cala su di lui e lo bacia in fronte.
Un’ondata di amore lo prende in pieno, pensa che se non stesse per morire per il colpo al petto, il suo cuore esploderebbe. Morirebbe comunque.
Sta per morire ma è una morte dolce.
Chiude gli occhi.

Li riaprì. Era sveglio e indiscutibilmente vivo. Il sogno era finito ma la sensazione di essere confuso rimaneva. Il petto quasi gli faceva male per il colpo ricevuto e l’immagine di lei era ancora lì, nei suoi occhi, se li chiudeva poteva ancora vederla. Ricordava il sogno perfettamente ma, pensava, sarebbe svanito a breve, portandosi dietro tutte quelle strane sensazioni.
Guardò l’orologio, erano già le 8, avrebbe fatto tardi al lavoro anche oggi.

III.
“…tutto ciò a cui riusciva a pensare era che non sarebbe mai riuscito a proteggere Stefan dagli orrori del mondo.”
Già, gli orrori del mondo. Chi avrebbe protetto lui dagli orrori del mondo?
Era in treno e stava divorando un libro, finalmente aveva trovato qualcosa che gli piaceva veramente: la lettura, come aveva fatto a non pensarci prima.
Il libro lo aveva conquistato, si era totalmente immedesimato in uno dei personaggi. Non si era appassionato alla sua storia, era diventato lui.
E il personaggio si era suicidato. Questo rimetteva in discussione l’unico sintomo scartato. Il fatto di aver trovato piacere nella lettura d’altro canto permetteva di ridiscutere un altro sintomo. Più uno e meno uno. Ne restavano comunque sette, decisamente troppi. Forse era il caso di fare qualcosa.
L’irritabilità inoltre, era stata messa a dura prova da una vecchia signora seduta accanto a lui che, incurante del fatto di trovarsi in una galleria, continuava a cercare di telefonare a qualcuno, urlando: pronto! Pronto! Non ti sento, ti richiamo!
E richiamava. E richiamava ancora. E ancora, ancora, ancora.
Avrebbe voluto strapparle il cellulare e lanciarlo fuori dal finestrino. Facendolo però, avrebbe dato ragione al DMSIV o come cavolo si chiamava il coso che descriveva i sintomi della depressione maggiore.
E forse era il caso di smetterla di pensare di essere depresso. Se il modo migliore per curare qualcosa era ammettere il problema, il modo migliore per vivere tranquilli era ignorarli i problemi. Inoltre era il momento di indossare la solita maschera e di andare al lavoro.
Finora aveva sempre funzionato, tutti lo vedevano come un tipo tranquillo ed equilibrato.
Recitava o una parte di lui era davvero tranquilla? O ancora, la verità era quella che lei aveva detto la mattina precedente: sotto le sue maschere in realtà non c’era niente?
Basta paranoie, ora si vive.
Facile a dirsi ma non a farsi. Anche se non era depresso, forse parlare con uno psicanalista gli avrebbe fatto bene, così poi probabilmente sarebbe sprofondato in depressione al momento di pagare la parcella e almeno non avrebbe più avuto dubbi.
Il treno si fermò. Indossò la sua maschera ed entrò in scena.
Le ore di lavoro passarono tranquille, lo fecero sentire meglio.
All’uscita vide Giorgia davanti al palazzo. In quel momento si rese conto che qualunque cosa avesse potuto dirle, lei non l’avrebbe ascoltato. Gli venne in mente la vecchia del treno.
Pronto! Non ti sento, ti richiamo!
Si salutarono in silenzio e andarono verso una panchina. Dopo una decina di minuti fu lei a rompere il silenzio.
– Insomma, tu stai bene così?
– No, non credo di stare bene. È proprio per questo che me ne sono andato.
– Cosa c’è che ti turba tanto? Io posso aiutarti. Posso starti vicino.
– Non è di questo che ho bisogno per ora, ho bisogno di tempo per stare da solo, per pensare.
– Sei depresso? Potresti parlare con uno psicanalista.
Cominciava a sentirsi preso in giro. Riuscì a non perdere la calma.
– Non sono depresso e in ogni caso non andrei mai a raccontare i fatti miei a uno sconosciuto!
– Ma non li saprebbe mai nessuno, non può dirli ad anima viva.
– Non ne sono sicuro ma credo di poter affermare che uno psicanalista possa definirsi anima viva.
– Non sto scherzando, hai bisogno di aiuto. Io posso aiutarti.
Pronto! Non ti sento, ti richiamo!
– Non ho bisogno di aiuto, devo solo stare un po’ da solo. Lasciami in pace.
Brusco. Era così che doveva essere. Era l’unico modo per farla staccare. La salutò e si avviò verso la stazione.
Arrivato si chiese se Giorgia fosse rimasta sulla panchina ad aspettarlo, decise che la risposta non gli interessava e salì sul treno.

IV.
Alla prossima vita.
Con questa frase si erano salutati l’ultima volta che si erano visti. Ora l’altra vita era arrivata ed era diversa davvero. Nuova città, nuovo lavoro, nuovi amici. Lei invece non era arrivata, non aveva mantenuto la promessa.
Quando si erano incontrati per la prima volta, era subito stato chiaro che sarebbero stati l’uno la rovina dell’altro. Se fosse stato furbo, le sarebbe stato lontano. Ci volle poco perché lei si trasformasse in un’ossessione per lui. Sapeva di non poterla avere eppure non riusciva a starle lontano.
Una frase di una canzone gli rimbombava in testa.
We’ve got to get in to get out.
Doveva entrare per poterne uscire, l’unica strada percorribile era quella, non riusciva a immaginarne altre. Entrò.
Uscirne però, fu un altro paio di maniche.

Anche quella notte aveva fatto lo stesso sogno, come quasi ogni notte, una donna lo uccideva brutalmente. In realtà c’erano delle varianti, cambiava la modalità dell’omicidio. Nell’ultimo sogno lei lo abbracciava e lo baciava sulle labbra, durante il bacio gli conficcava un coltello nel fianco. Era sicuro di aver visto una scena uguale in un film, non che fosse molto originale. Nonostante i cambiamenti però, il mix di odio e amore era invariato.
Quel sogno significava qualcosa?
Un sacco di cose, ma preferiva non pensarci.
Da tanti di giorni stava provando a ripartire ma da quando la sua ossessione per lei era svanita non riusciva a trovare la voglia di vivere. Da giorni non usciva più di casa se non per andare al lavoro o per comprare qualcosa. Non vedeva più i suoi amici e perfino Giorgia aveva smesso di telefonargli.
Sentiva il bisogno di parlare con qualcuno. L’occasione gliela diede Francesco, un collega col quale si era fin da subito sentito in sintonia. Non erano mai usciti insieme ma passavano le pause a parlare di cinema, musica e letteratura.
Da mesi si dicevano che sarebbero dovuti andare a prendere una birra da qualche parte, finalmente si erano decisi a farlo davvero.
Il pub in cui andarono era parecchio affollato, la musica era alta ma non insopportabile, si riusciva a parlare tranquillamente, inoltre era frequentato da ragazze decisamente attraenti e questo particolare monopolizzò buona parte della loro conversazione.
Subito dopo aver discusso della scollatura della bionda due tavoli più in là, presero argomenti un po’ più seri.
– Ho saputo che hai rotto con Giorgia.
– Sì, stavamo correndo un po’ troppo. Non ero pronto a una relazione seria.
– E chi può esserlo? Non ti ho mai chiesto come mai hai deciso di cambiare città.
Per scappare il più lontano possibile.
– Dove stavo prima il lavoro non dava grandi prospettive e ho sempre pensato che se cambi devi cambiare alla grande. Avevo voglia di ricominciare da zero.
– Potevi trovare di meglio allora!
Il lavoro non era mai stato un problema, serviva solo a permettergli di pagare le bollette e di comprare quel poco che gli serviva per sopravvivere. La città invece era molto grande e caotica ma per lui andava benissimo, almeno per ora.
Gli piaceva parlare con Francesco, era una persona decisamente piacevole e positiva, forse poteva osare di più e parlare un po’ di se.
– Sai, da un po’ di notti, faccio sempre lo stesso sogno.
– Spero sia un sogno erotico.
– Qualcosa di erotico c’è ma le cose fondamentali sono altre: sogno una donna che mi uccide ogni volta in maniera diversa e mi manifesta il suo amore. L’ordine delle due cose è variabile.
– Ti uccide sempre in maniera diversa?
– Sì, posso vantarmi di avere fantasia anche nei sogni ricorrenti. Una volta mi ha sparato, un’altra mi ha accoltellato, poi mi ha strangolato con una corda, mi ha spinto sotto un treno… E chissà che altro mi ha fatto in sogni che non ricordo.
– Devi proprio averla fatta incazzare. Ma sai chi è?
Sì. Era la mia ossessione, l’unica donna che credo di aver amato.
– No. Ha un viso familiare ma non saprei dire chi è.
Forse non era così pronto a parlare di se.
– Non ci sono nel tuo passato donne che potresti aver ferito? Magari questi sogni sono solo una manifestazione dei tuoi sensi di colpa.
È lei che mi ha ferito. Io avrei fatto qualunque cosa per lei.
– Non credo, le mie storie d’amore sono state tutte abbastanza tranquille e noiose. Niente da segnalare.
Decisamente non era pronto.
– Boh, forse allora potresti parlarne con uno psicologo.
Altro voto a favore registrato, ma probabilmente la birra funzionava meglio di uno psicologo e soprattutto costava molto di meno. E poi c’erano cose più interessanti di cui parlare, ad esempio la cameriera che stava passando davanti a loro in quel momento.

V.
Driiin.
– Pronto.
Silenzio all’altro capo del telefono.
– Se avete intenzione di ansimare posso darvi il numero della mia vicina di casa, vi assicuro che è molto più attraente di me. Anzi, credo proprio che la chiamerò io subito dopo aver chiuso questa telefonata.
– Non hai perso il tuo stupido senso dell’umorismo.
Non è lei. Stai tranquillo. È solo un altro sogno, ora apparirà e ti ucciderà nuovamente, come fa quasi ogni notte.
Si guardò intorno per cercarla. La sua stanza era indiscutibilmente vuota ed erano le tre di notte. Avrebbe dovuto spegnere il cellulare.
– Mi auguro di non perderlo mai. Non pensavo avessi il mio numero.
– Pensavi che per non farti trovare bastasse cambiare numero di telefono?
– Come l’hai avuto?
– Ce l’ho da mesi. Non l’ho mai usato perché non avevo voglia di sentirti. Se non mi volevi più potevi semplicemente dirmelo. Non c’era bisogno di fuggire così lontano.
Fuggire. Non era scappato, era entrato in un’altra vita, la vecchia era indiscutibilmente finita. Era morto e risorto. Non sono cose che si decidono, sono cose che succedono da sole.
– Ci eravamo dati un appuntamento. Dovevamo ricominciare insieme. La nostra nuova vita. E tu non sei venuta.
– Che cazzo dici? Io c’ero! Tu non sei venuto!
Passiamo tanto di quel tempo a nasconderci la verità che a volte la dimentichiamo. Non aveva abbandonato solo la vecchia vita, aveva abbandonato anche un’ipotetica altra vita con lei.
– Hai ragione ma sarebbe stato un casino… non sapevo come gestire la cosa e…
sarei morto comunque
qualcuno non ci avrebbe mai perdonato.
– Avresti dovuto pensarci prima di lasciare che incasinassi irrimediabilmente la mia vita.
– Non era quello che volevo.
– Però era quello che dicevi di volere. Avrei dovuto sapere che quello che dici non è mai quello che pensi. Mi hai rovinato la vita, spero solo che tu sia contento.
– Non avrei mai voluto farti del male.
– Perfetto siamo passati alle banalità. Ne sentivo la mancanza. La prossima volta che avrò voglia di parlare con te aprirò un libro a caso e leggerò qualche frase. Di sicuro sarà più istruttivo!
– Credi che io stia bene? Sei il mio primo pensiero la mattina quando mi sveglio. Ogni mattina. Sono passati anni ma io ogni mattina penso a te. Da quando non ti sento più, non ho più voglia di fare niente, mi sono spento.
– Allora dovresti andare da uno psicologo.
Beh, almeno su questo, erano tutti concordi.
– Avresti dovuto chiamarmi, darmi tue notizie, provare a spiegarmi cosa ti ha fatto cambiare idea.
– Non sapevo spiegarlo a me stesso, come facevo a spiegarlo a te? Non lo so se ti manco ancora ma sai una cosa? Tu non mi manchi. Penso a te in continuazione ma non sento la tua mancanza. Sei un ricordo, lontano. Fai parte del passato ma non riesco a vederti nel mio futuro.
– Sei sempre stato uno stronzo!
– Cerco solo di essere sincero con te. Non voglio darti illusioni.
– Illusioni? Perché credi che ti abbia chiamato? Per chiederti di tornare da me? Ti ho chiamato solo perché volevo che sapessi che sono incinta.
Il colpo di pistola nel sogno faceva meno male di questo. Aveva cercato di sembrare sicuro e tranquillo nella conversazione, non era mai stato un problema per lui mostrarsi diverso da quello che era in realtà. Dopo questa notizia però, fingersi indifferente sarebbe stato più difficile.
Beh, ci sarebbe riuscito lo stesso.
– È una bellissima notizia! Di quanti mesi è?
– Ti odio!
Non faceva fatica a crederle, gli aveva trasmesso tutto il suo odio e il suo disprezzo con quell’ultima frase. Aveva riattaccato subito dopo.
Guardò il cellulare, era sempre il suo vecchio numero, non l’aveva più in rubrica ma lo conosceva a memoria.
Doveva richiamarla?
No.
Cosa avrebbe dovuto dirle? Non era una persona reale, era un residuo di una vecchia vita che si rifiutava di sparire con tutto il resto.
Posò il cellulare sul comodino e si rimise sdraiato.
Lei lo odiava. Aveva ragione a farlo. Soffriva ancora per lui, saperlo lo faceva stare male, eppure, per qualche strano, assurdo motivo, per la prima volta dopo mesi, forse anni, si sentì sereno e in pace con se stesso.

Questa è la mia storia…o per meglio dire il mio PASATO.
Ho scrivo qua. Tanto so che non lo leggerai mai…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...